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Uno sport unico al mondo

  Il sumo è, dal 1909, lo sport nazionale nipponico ed è l’unica tra le discipline dell’era moderna che ha mantenuto intatto, nei più piccoli gesti, l’antico legame con la tradizione filosofica e religiosa orientale. Se il primo documento che parla di quest’arte risale al 712 dopo Cristo, la prima cronaca di un vero incontro risale al 720 dopo Cristo. Ma il sumo non ha coinvolto solo dei e imperatori: ebbe anche grosso seguito fra le popolazioni rurali come momento di svago e rito propiziatorio dei raccolti. In seguito il sumo divenne una vera e propria cerimonia religiosa fino ad acquisire una fisionomia marziale ed essere inserito negli allenamenti dei samurai che lo trasformarono in sport spettacolo. Agli occhi di un occidentale il sumo appare come uno sport esclusivamente basato sulla forza fisica e su pochi movimenti mentre le tecniche sono ben 70 per i professionisti e 78 per i dilettanti. Questi lottatori, chiamati “i figli degli dei”, nonostante la loro stazza, hanno una incredibile mobilità e un perfetto controllo del baricentro che durante il combattimento deve essere tenuto più basso possibile. Infatti, in questi combattimenti, ottiene la vittoria il primo che riesce a far toccare il terreno a un contendente con una qualsiasi parte del corpo, esclusi i piedi. In questa arte non esiste niente di improvvisato. Per chi desidera diventare lottatore di sumo esistono apposite scuole dove è indispensabile dedicarsi anima e corpo a questa disciplina: si tratta di case comuni dove gli aspiranti lottatori, ragazzi sotto i 23 anni, alti più di 1,73 metri e del peso di oltre 75 chili, trascorrono tutta la loro adolescenza mangiando, dormendo e studiando insieme. E’ importante infatti rilevare che per i giovani giapponesi questa arte rappresenta un allettante sbocco professionale. Ogni incontro si apre con una cerimonia condotta secondo rituali rigidissimi che serve ad attirare il favore degli dei. I lottatori, prima gettano una manciata di sale sul corpo e sull’area di gioco per scacciare gli spiriti maligni, poi entrano in campo con un ordine ben preciso, dall’atleta meno bravo al migliore. Seguono altri rituali, dall’abbigliamento ad una serie di gesti e di movimenti che precedono un momento di concentrazione alla ricerca della calma interiore. Il campo di gara, il dohyo, viene considerato un luogo sacro e, ancora oggi, le donne non possono entrarvi TRATTO DA SPORT WEEK  
 

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